IoT: tra mito e realtà

Tra competizione su protocolli e miti che lo vedono come una tecnologia prossima a diventare “di uso quotidiano”, una riflessione sullo stato dell’Internet of Things

Prendendo spunto dalla recente costituzione di AllSeen Alliance, progetto collaborativo della Linux Foundation, proviamo a fare il punto sullo stato attuale del tanto chiacchierato IoT, analizzando i motivi per i quali nella nota curva dell’ Hype Cycle, l’Internet delle cose occupa (ancora) un punto sulla parte discendente della stessa, a indicare che è ancora ben lontano dal divenire una tecnologia di uso comune.hype_iot

AllJoyn è il framework messo appunto da AllSeen Alliance per “rendere possibile l’Internet of everything”. Il meccanismo scelto per la comunicazione è quello di funzionalità e dati esposti via API, scelta motivata dal fatto che molti sviluppatori lavorano quotidianamente con questo tipo di modello trovandosi ormai a proprio agio con esso. Il framework prevende un meccanismo di discovery che permette di sapere quali servizi e dati sono disponibili nella rete cui il dispositivo è connesso. Tutto è inteso funzionare ai livelli più alti del modello OSI, lasciando i problemi di interoperabilità ai livelli OSI più bassi come network e transportation rispetto ad altri. Si crea dunque un bus distribuito in cui ogni dispositovo (microcrontroller, server, app mobile etc) può pubblicare o consumare informazioni da una fonte cui è iscritto: autenticazione e crittografia sono parte integrante del protocollo. I nodi possono combinarsi tra loro formando una rete ibrida di tipo stella/mesh.

Completano il tutto un sdk e, per ultimo ma non meno importante, la licenza con cui il tutto è rilasciato è la ISC che è stata certificata dalla FSF come GPL compatibile.

Dopo queste buone premesse quasi non si comprende come mai, consultando la pagina dei dispositivi che hanno deciso di implementare AllJoyn, i produttori si contino sulle dita di una mano.

Un primo indizio da cui partire potrebbero essere i costi da sostenere per ottenere la certificazione di compatibilità.

La cosa che però proprio non si capisce è che necessità ci fosse di replicare di fatto MQTT. IBM rilasciò questo protocollo di tipo produtore/consumatore già nel 1999. Anni di utilizzo in contesti reali lo hanno fatto maturare e apprezzare, rilascio dopo rilascio. Per fare un esempio della sua portata, IANA ha riservato le porte TCP/IP 1883 e 8883 per MQTT. Oggi è alla versione 3.1, è royalty free, e il codice è stato donato al progetto Eclipse, che punta (anch’esso) a realizzare una implementazione open source di un protocolle di comunicazione M2M (machine to machine) per IoT.

Scendendo alcuni gradini del livello OSI troviamo il recente consorzio Thread. Fondato da colossi come Samsung, ARM, e Nest, punta a sostituire Zigbee come protocollo nella comunicazione radio 802.15.4 (che definisce solo il link fisico). Questo è l’ennesimo caso (se ne potrebbereo citare tanti altri) di aziende che, entrando in questa nuova corsa all’oro dell’ IoT, invece di discutere insieme agli altri player sulla standardizzazione di protocolli, ne inventa di nuovi, che nuovi non sono, solo per averne totale controllo.

La storia dei personal computer è piena di esempi di tecnologie spacciate come rivoluzionarie ma tenute sotto le briglie di brevetti e metodi di controllo affini che si sono rivelati dei totali insuccessi commerciali (a esempio, molti bus di comunicazione proprietari soppiantati completamente da PCI e derivati) e la storia, come si sa, tende a ripetersi.

In questo caos nella “battaglia dei protocolli” c’è purtroppo un grande assente: IPv6.

Parlare di quest’ ultimo richiederebbe un discorso a parte, ci limitiamo in questa sede a indicare che la sua limitata adoption non ostacola solo lo sviluppo dell’ internet convenzionale ma dell’IoT stesso. IPv6 e 6LoWPAN, la sua versione light in grado di girare senza problemi su dispositivi embedded, hanno un pregio che altri non hanno: sono standard condivisi e non ci sarà mai veramente l’Internet delle cose fino a quando essi non diverranno per IoT quello che TCP/IP è stato per Internet.

3 commenti a IoT: tra mito e realtà

  1. Luca ha detto:

    E’ possibile avere una mail privata di Andrea, che ha scritto l’articolo?

  2. […] che, se fino ad un anno fa erano invisibili, con l’uso sempre più diffuso dell’Internet of Things, stanno aumentando di mese in mese. Quello dei giochi online continua ad essere uno dei settori […]

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