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Il quarto potere degli oligopoli: come l’Italia può interrompere la dipendenza tecnologica da Big Tech

Lemley e Wansley, in un recente articolo sul Wall Street Journal, concordano: “I giganti della tecnologia sono vecchi. Ognuno è stato fondato più di 20 anni fa: Apple e Microsoft negli anni '70, Amazon e Google negli anni '90 e Facebook nel 2004. Perché non è emerso nessun nuovo concorrente per sconvolgere il mercato? I giganti della tecnologia hanno imparato a fermare il ciclo di disruption. Investono in start-up che sviluppano tecnologie disruptive, il che fornisce loro informazioni sulle minacce competitive e la capacità di influenzare la direzione delle start-up”.
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Non sono passati neanche due mesi dall’incidente di sicurezza cibernetica che ha causato il blocco dei sistemi informativi di aziende pubbliche e private di tutto il mondo e sembra calato il sipario sull’insegnamento che avremmo potuto e dovuto derivarne. All’indomani e per alcuni giorni a seguire, abbiamo letto molti articoli di approfondimento su quanto importante fosse diversificare le soluzioni tecnologiche e digitali in modo da aumentare la resilienza e la sicurezza informatica. Decine di osservatori – non solo italiani – si sono prodigati a sottolineare che l’oligopolio dei giganti globali dell’informatica, sta penalizzando la capacità di risposta agli eventi che possono paralizzare l’operatività delle aziende, causando danni economici e sociali di non poco momento.

Come recentemente ha scritto Roberto Baldoni su Repubblica: “C’è una inerente fragilità sistemica nella concentrazione del mercato degli operatori del cloud. Meno di una manciata di operatori gestiscono, in media, centinaia di milioni di clienti ciascuno. Questo quasi-monopolio tende a escludere nuovi concorrenti dal mercato e crea situazioni di lock-in per gli utenti. Inoltre ogni incidente o guasto si riverbera su milioni di utenti, inclusi cittadini e infrastrutture critiche. Un incremento degli operatori non solo ridurrebbe il rischio di guasti su larga scala, ma incoraggerebbe anche migliori pratiche di sicurezza, affidabilità e interoperabilità, favorendo la diversificazione dei fornitori”.

Se il problema è rompere la dipendenza tecnologica dagli oligopoli digitali, le soluzioni sono ormai chiare. Da un lato c’è l’esigenza di diversificazione e dall’altro come far crescere le economie locali ed indirizzare più possibile la commessa pubblica su aziende nazionali. Questi fattori devono concorrere contemporaneamente e rimanere uniti insieme come tre anelli intrecciati. Se uno di essi venisse separato, si libererebbero anche gli altri e non ci sarà più modo di proporre un’alternativa a Bigtech.

Oligopoli digitali: la concentrazione del potere non è solo tecnologica

Come è noto, il mercato del cloud computing è chiaramente dominato da pochi attori che si contendono i mercati globali avvantaggiandosi di una capacità tecnologica e finanziaria che ha superato quella dei singoli Stati – al punto da renderli autonomi ed indipendenti dalle scelte nazionali – perché sono capaci di opporsi ad esse sia avvalendosi di una impareggiabile azione di lobby e di ingegneria giuridica, sia con una capacità di disporre di ingenti capitali pronti per essere investiti nella prossima avventura tecnologica. A questo si somma una capacità di resistere alle sanzioni che arrivano dall’Europa e dagli Stati Uniti per violazioni della privacy, della concorrenza e del diritto d’autore online ed una fiera intenzione di andare volontariamente contro le leggi traendone comunque massimo profitto. Un esempio eclatante ci è stato recentemente fornito da Eric Schmidt  – ex CEO di Google – che in un discorso alla Stanford University ha consigliato alle startup di intelligenza artificiale che va bene rubare contenuti perché si possono semplicemente assumere avvocati per “ripulire il pasticcio”. E non è una provocazione ma di fatto è esattamente quello che sta accadendo da anni con il webscraping di dati raccolti a strascico per allenare sistemi di intelligenza artificiale.

In via residuale stiamo recentemente assistendo anche ad inediti personalismi dei capi-azienda che, forti della notorietà raggiunta e della ricchezza ostentata, possono rischiare ogni volta tutto, al punto da esporre candidamente un totale sostegno economico ad un leader politico, piuttosto che una ferma avversione ad un giudice di un altro Paese perché ha imposto una sanzione non gradita.

Quindi la concentrazione del potere non è solo tecnologica ma è anche politica ed economica insieme. Questi tre ingredienti producono un risultato molto chiaro. E’ Mark Zuckerberg in persona a presentare il suo nuovo prodotto e a recensire il prodotto rivale della Apple. E’ Elon Musk in persona a chiedere una moratoria di 6 mesi sull’intelligenza artificiale e a proporci come vantaggio avere una macchina elettrica parcheggiata da poter usare come datacenter condiviso. In altri casi, una semplice giacca di pelle è diventata l’emblema del mondo finanziario che guarda con interesse al nuovissimo chip che promette il raddoppio delle prestazioni di una società che già adesso vale trilioni di dollari.

C’è un quarto potere quindi, che è anche mediatico-planetario e che viene totalmente ignorato ma di cui non si può non tenere conto. Quanto spende un’azienda per far conoscere un proprio prodotto e un proprio servizio e quanto impiega Thread, il social network rivale di Twitter, a scalare milioni di utenti in tutto il mondo ed in pochi giorni? Quante possibilità ha un servizio alternativo e migliore di essere conosciuto e di emergere con la stessa facilità?

Esigenza di diversificazione in Europa e la specificità del contesto italiano

C’è un aspetto generale che coinvolge l’Europa nel confronto con le altre potenze continentali e una singolarità dell’Italia che ci vede sorprendentemente protagonisti del dibattito sulle tecnologie di frontiera. Scrive Francesca Bria su Repubblica  “L’Europa non deve solo far rispettare le sue normative, ma anche assumere la guida nella creazione di infrastrutture digitali indipendenti e governate democraticamente che sostengono i valori collettivi”. E ancora: “Questi incidenti ci ricordano che le democrazie non dovrebbero mai consentire alle aziende di diventare così potenti da poter sfidare governi e tribunali. Quando le aziende raggiungono questo livello di influenza, possono distorcere il discorso pubblico, influenzare le elezioni, evadere le tasse e approfondire le divisioni sociali, rappresentando una minaccia diretta per la democrazia”.

Non è una questione di capitali. Si dice spesso che l’’Europa ha investito solo 20 Miliardi di euro sull’Intelligenza Artificiale. Ne avesse spesi 550 come gli Stati Uniti probabilmente non sarebbe cambiato molto. Perché non è solo una questione di soldi, ma di sistema. Si parte dalle idee, quelle imprenditoriali. Si sviluppa il business partendo dalla domanda o dall’aspettativa di domanda che attrae capitali e investors. Su questo andrebbe concentrata l’attenzione piuttosto che nell’interessante – ma poco produttivo – dibattito sull’etica dell’algoritmo. Purtroppo il capitalismo fa fatica ad abbracciare l’etica quando nessuno è etico. Secondo Joseph Schumpeter, nel suo libro del 1942 intitolato “Capitalismo, socialismo e democrazia”, ci sono minacce intrinseche che mantengono il funzionamento del motore capitalista: nuovi prodotti, nuovi metodi di produzione e trasporto e nuove forme di organizzazione aziendale. E’ con quelle che dobbiamo fare i conti.

E allora occorre tornare sul terreno fertile delle idee che nascono nel tessuto produttivo che meglio conosciamo. Quello delle PMI italiane. Cosa fare per farle crescere?

Il ruolo degli investimenti pubblici e la proposta di quote di mercato

Seguendo l’esempio di altri Stati europei, anche l’Italia può introdurre misure selettive per garantire alle PMI dell’innovazione di poter ricevere adeguate porzioni di proventi dalle vendite di servizi digitali, per continuare a crescere ed investire grazie all’importante volano costituito dalla commessa pubblica. 

Scrive a tal proposito Guido Scorza, membro del Garante per la Protezione dei Dati Personali: “Sotto questo profilo, probabilmente, le attuali regole del mercato, nel pubblico come nel privato, non bastano più e fare il possibile per garantire un adeguato livello di concorrenza nei mercati digitali come a Bruxelles si è cercato di fare, da ultimo, con il Digital Service Act e il Digital Market Act, non è più abbastanza: servirebbe imporre ex lege quote massime di presenza sui mercati pubblici e privati dei servizi e delle infrastrutture digitali per scongiurare il rischio non di abusi ma, semplicemente, di eccessi di dipendenza tecnologica”.

L’idea di inserire delle quote di mercato è interessante e andrebbe introdotta con celerità. Oggi più che mai necessario che il nostro programma  di public  procurement  di  beni e  servizi  indirizzati per il settore pubblico, vada a sostenere le imprese italiane ad alta tecnologia in modo da accelerare la produzione locale delle diverse soluzioni innovative  per l’erogazione dei nostri servizi  pubblici. Per far questo, è fondamentale che le decisioni sulla transizione digitale della pubblica  amministrazione, abbiano prioritaria contezza dei vari  soggetti italiani interessati a fornire  infrastrutture e servizi digitali alla PA in modo che si possano  favorire  investimenti che  portino valore aggiunto al nostro Paese anche in termini di competenze specializzate, che  invece oggi si vedono costrette  – una volta formate nelle nostre università – a doversi  spostare all’estero.

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