Il 23 giugno 2026, l’Hotel dei Congressi all’EUR di Roma ha ospitato AI+Now, l’evento al centro del dibattito sulle trasformazioni tecnologiche e la sicurezza nazionale. Nel cuore della giornata, il Close-up Meeting dedicato alla sicurezza e al cloud sovrano ha visto l’intervento di Antonio Baldassarra, AD di Seeweb, la cui analisi ha offerto una prospettiva radicata in una solida esperienza industriale. Seeweb, infatti, ha iniziato a operare nel settore del cloud computing già nel 2010 e si occupa di infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale dal 2020. In questo contesto, la sovranità digitale per il Cloud e l’IA diventa sempre di più una necessità strategica, obbligando a ripensare le distinzioni classiche tra infrastrutture critiche e servizi ordinari.
Il mito della criticità: la vulnerabilità sociale del quotidiano
L’analisi di Baldassarra ha evidenziato una divergenza possibile tra le classificazioni amministrative e la percezione reale degli utenti. Sebbene servizi come il sistema di infomobilità e le piattaforme di messaggistica non siano formalmente catalogati come infrastrutture critiche alla stregua delle reti elettriche, la loro interruzione è capace di generare una paralisi sociale e operativa immediata. La criticità di oggi, è diventata un fattore anche funzionale, perchè questi strumenti sono percepiti come difficilmente fungibili. Rispetto a trent’anni fa, la società sembra aver smarrito la capacità di risolvere problemi quotidiani in assenza di supporti digitali, creando una vulnerabilità sociale profonda che sposta il confine della sicurezza nazionale. E’ evidente che quando un utente non sa più come orientarsi o comunicare senza un’applicazione specifica, quel servizio diventa critico di fatto, quasi indipendentemente dalla sua etichetta, rendendo la dipendenza tecnologica un punto di rottura per l’intero sistema.
Il fenomeno della Shadow AI e la perdita del controllo informativo
Un’ulteriore minaccia alla sovranità digitale emerge chiaramente dalla cosiddetta “Shadow AI”, un fenomeno che per certi versi rappresenta un po’ il sintomo di un divario temporale tra la governance aziendale e l’esigenza di efficienza individuale. Mentre le pubbliche amministrazioni e le grandi imprese sono impegnate a redigere policy e quadri normativi complessi, accade che sempre più spesso i dipendenti utilizzano già massicciamente strumenti esterni come ChatGPT per redigere relazioni o riassumere documenti complessi, mossi dal desiderio di lavorare diversamente o di accelerare i processi di revisione. Questo comportamento espone le organizzazioni alla diffusione involontaria di dati sensibili, come dimostrano i recenti casi in cui informazioni strategiche per le aziende sono state immesse in sistemi di intelligenza artificiale per mere finalità di sintesi, sfuggendo a ogni controllo sovrano. Questa porosità dei processi interni evidenzia come la perdita di controllo non avvenga solo attraverso attacchi esterni, ma tramite una delega inconsapevole della funzione intellettuale a motori di calcolo opachi, rendendo urgente lo sviluppo di architetture cloud nazionali tecnicamente solide.
La sovranità tecnologica come processo dinamico contro le micro-dipendenze
Baldassarra ha proseguito l’intervento, ricordando che la sovranità non può essere considerata un oggetto monolitico o una conditione binaria di tipo on/off, poiché l’interazione tra i servizi può invalidare anche le protezioni più rigorose. Un’applicazione classificata come critica e blindata può infatti dipendere strutturalmente da un microservizio non critico, ad esempio un’API per le previsioni meteo, il cui malfunzionamento può bloccare l’intero processo primario. Pertanto, la sovranità tecnologica deve essere intesa come un processo dinamico e costante di rimozione delle dipendenze a ogni livello della filiera. In questo scenario, il rischio principale è che la focalizzazione su singoli asset critici lasci scoperti i micro-punti di rottura che rendono l’intero sistema vulnerabile.
La crisi delle competenze e lo scenario geopolitico globale
Il recupero di questa autonomia è tuttavia ostacolato da una chiara crisi delle competenze. La delega massiccia verso i provider d’oltreoceano sembra aver svuotato le aziende europee di figure professionali fondamentali, in particolare quelle dei sistemisti e degli esperti di cybersecurity capaci di intervenire direttamente sotto il cofano dei sistemi. Parallelamente, nel mondo delle piccole e medie imprese, persiste una falsa percezione di sicurezza derivante dall’acquisto di soluzioni preconfezionate come firewall o antivirus, che vengono erroneamente considerati sufficienti a colmare ogni gap. Sul piano geopolitico, oggi più di ieri, osserviamo che i grandi progetti europei finalizzati a creare campioni dell’IA rischiano di scontrarsi con la realtà di un mercato dominato da Cina e Stati Uniti, che vantano oltre dieci anni di vantaggio tecnologico e capitali immensamente superiori a quelli del vecchio continente. La discrepanza tra l’ambizione normativa europea e la velocità di esecuzione dei competitor globali evidenzia come il tempo sia divantato la variabile più critica in questa competizione asincrona.
La strategia dei piccoli passi per un’autentica autonomia digitale
Le conclusioni di Baldassarra ad AI+Now 2026, riportano al paradosso di Achille e la tartaruga, richiamato per illustrare l’inefficacia di una strategia che punti esclusivamente a traguardi di sovranità totale e immediata. Mentre l’Europa pianifica grandi architetture monolitiche, il traguardo tecnologico continua a spostarsi in avanti a una velocità tale da rendere le soluzioni obsolete prima ancora della loro implementazione. Per uscire da questa impasse, è necessaria una strategia dei piccoli passi, un affrancamento graduale che proceda per singoli frammenti di indipendenza tecnologica. Non si tratta di inseguire una chimera di autarchia digitale, ma di ricostruire una cultura delle competenze sistemiche e una consapevolezza diffusa che parta dalle PMI per arrivare alla Pubblica Amministrazione. Solo riducendo progressivamente le dipendenze e investendo sulla capacità di governare i processi tecnici più profondi, l’Italia potrà garantire un futuro digitale che sia realmente sovrano e non meramente regolamentato.
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